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Storia di Cerqueto

Salendo da Marsciano e raggiungendo il crinale della collina, il primo centro che si incontra é Cerqueto, il cui toponimo rinvia ad un luogo pieno di querce.

Cerqueto é ricca di Arte, la presenza di un'edicola i cui affreschi sono d'incerta attribuzione, degli affreschi di Tiberio d'Assisi nella chiesa parrocchiale e, dulcis in fundo, della prima opera datata del Perugino fanno del piccolo paese un museo a cielo aperto.

L'edicola di Santa Lucia, posta al limitare del borgo antico in via Pietro Vannucci, raffigura Santa Lucia, San Rocco e la Madonna col Bambino; l'affresco che fu erroneamente attribuito in passato a Tiberio d'Assisi, sembra ora essere stato compiuto da un allievo del Perugino.

Uno storico dell'arte assisiate, il Prof. Elvio Lunghi, attraverso profondi studi afferma che l'Edicola sia opera del giovane Raffaello, nel periodo in cui questi era alla bottega del perugino. Per visitare le altre opere d'arte sopra menzionate bisogna addentrarci nel borgo. La struttura del nucleo originario, risalente al XII secolo, é rimasta pressoché intatta con il suo nuovo impianto circolare e le abitazioni in laterizio con archi antichi. In Piazza beato Giacomo si alza la Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta, esistente gia nel 1163 come si evince dal diploma imperiale di Federico Barbarossa, dove si dichiarava che l'imperatore assumeva sotto la sua protezione il vescovo di Perugia con le rispettive chiese tra cui "castrum Cerqueti". Affresco San Sebastiano con San Rocco e san Pietro

La chiesa, dentro alla quale riposa il beato Giacomo le cui spoglie furono traslate qui nel 1956, é la fedele e gelosa custode delle magnifiche opere d'arte di cui si é sopra accennato: il "San Sebastiano" del Perugino e la "Crocifissione" di Tiberio d'Assisi. Pietro di Cristoforo Vannucci detto il Perugino, pittore, allievo di Piero della Francesca e del verrocchio, caposcuola della pittura umbra e maestro di Raffaello, soggiornò a Cerqueto per salvarsi dall'epidemia di peste che colpì il territorio perugino dal 1475 al 1478. Gli abitanti di Cerqueto scampati alla peste costruirono nella Chiesa Parrocchiale una Cappella dedicata a Santa Maria Maddalena,
con un affresco dedicato a San Sebastiano. Nell’affresco è rappresentato San Sebastiano, molto ben conservato, e altri due Santi di cui non sono visibili i volti, presumibilmente San Rocco e San Pietro. Il dipinto fu attribuito al Perugino dall’Orsini, pittore perugino e scrittore di cose d’arte, nel 1804 ed è considerata la prima opera firmata e datata del grande maestro. «L’iscrizione che oggi in basso si legge “Petrus Perusinus P.A. MCCCCLXXVIII” non è quella originale che sarebbe stata trascritta dal parroco don Marchetti nel 1678, al momento del distacco a massello dell’affresco, portato poi e montato nella cappella in cui si trova oggi, ma forse ridipinta proprio in tale occasione. La trascrizione del parroco, a quanto afferma l’Orsini (1804) che la trascrisse a sua volta, sarebbe stata la seguente:
“Petrus Perusinus Pinxit MCCCCLXXVIII” a conclusione di una rima popolare che la precedeva. Purtroppo oggi tutti
i manoscritti che riportano la trascrizione suddetta sembrano essere irreperibili. La critica, riservandosi giustamente il dubbio, ha comunque da tempo convalidato, oltre la sicura autografia, anche la non proprio documentabile datazione
1478. Il soggiorno di Pietro a Firenze, base della sua formazione, dal 1472 al 1474 circa, dove era iscritto come Magister nella Compagnia di San Luca, sembra stilisticamente documentarsi proprio in questo San Sebastiano dal corpo
vigoroso e doloroso allo stesso tempo, ancora molto sensibile alla lezione plastica di Pollaiolo e Verrocchio. Caratteri
questi che, evidenziatisi dopo il recente restauro, ci mostrano la linea ancora non troppo addolcita, se non nell’estrema espressività del volto, di un Perugino giovane, fresco di studi, non ancora illanguidito nella stanca ripetitività delle sue ultime opere.»

L'altra opera presente all'interno della Chiesa é una "Crocifissione", realizzata presumibilmente tra il 1515 e il 1518 da Tiberio DioTallevi da Assisi, allievo del Pintoricchio e seguace del Perugino, negli ultimi ani della sua attività quando il tratto si era fatto ormai più pesante e duro; essa raffigura la Crocifissione di Cristo con Maria, la Maddalena e San Giovanni ai lati della croce, inoltre sono visibili anche quattro figure di angeli genuflessi sulle nubi, un paese e un corso d’acqua. L’affresco in passato si trovava nella chiesa del Crocifisso situata nelle immediate vicinanze del borgo; questa vecchia chiesa del XV secolo andò distrutta e sul suo sito è stata ricostruita, circa trent’anni fa, una cappella, interamente affrescata all’interno per volontà di Padre Mariangelo da Cerqueto. Uscendo dal borgo antico ci si trova subito sulla strada provinciale, lungo la quale si distende il nuovo agglomerato. Proseguendo per questa via in direzione nord, notiamo la presenza di edifici che catturano la nostra attenzione; si tratta di ville costruite nei primi anni del ‘900 e l’asilo “Luisa Sereni”, costruito all’inizio del secolo scorso su progetto dell’Arch. Ugo Tarchi, in stile eclettico novecentesco, in mattoni e intonaco e tetti articolati. A poca distanza da Cerqueto, sulla sinistra, si riconosce un complesso sul quale spicca una torre: è il paese di Sant’Elena verso cui ci dirigiamo attraverso il viale che lo collega alla strada della collina. La sua struttura è rimasta pressoché quella di un piccolo borgo fortificato, del quale la torre con l’arco di accesso rappresentano i caratteri costitutivi. All’interno il paese mostra i tratti tipici del periodo quattrocentesco, come testimoniano alcuni edifici in laterizio dagli archi caratteristici. Il grande edificio che occupa buona parte del piccolo borgo ed è ben ristrutturato, è palazzo Sereni, che ospita dal 1946 l’Opera Pia Don Guanella, un istituto di assistenza per handicappati adulti; all’interno del palazzo si trovavano antichi mobili di gran valore con lo stemma della nobile famiglia perugina dei Sansoni, che lo fecero costruire nel XVI secolo.

Borgo di Sant'Elena

 

 

Ritornati sulla provinciale continuiamo il nostro viaggio in direzione nord, rapiti dallo spettacolo panoramico che ci viene offerto;la strada della collina ha infatti la peculiarità di essere una ampia terrazza sulla media valle del Tevere, che si distende con splendida uniformità da Todi fino a Perugia, per poi congiungersi, presso Collestrada, con la Valle Umbra, sulla quale vigila imponente e severa Assisi. L’incantevole scenario ci accompagnerà per tutto il nostro cammino, che continuiamo ansiosi di scoprire nuove bellezze. Un cartello sulla destra ci indicail bivio per Papiano; imbocchiamo senz’altro la nuova via che scendendo con alcuni tornanti, ci conduce verso la più popolosa frazione del Comune di
Marsciano. Di Papiano si ha traccia a partire dal 1027, quando un breve dell’imperatore Corrado II indica tra le chiese confermate al monastero di San Pietro “sub castro Papiniano ecclesia di santi Silvestri cum sua pertinentia”, che purtroppo oggi non esiste più. Del 1163 è il diploma di Federico Barbarossa che attribuisce la chiesa di Sant’Angelo ai benedettini di San Pietro, a conferma del fatto che, già a partire dal Mille, questo è uno dei luoghi da cui si diparte e dove si concentra l’opera di colonizzazione dei benedettini dell’abbazia perugina. Ma il dato più significativo relativo al castello è del 1277 ed è derivato dalla Historia di Perugia di Pompeo Pellini. A quella data corrisponde l’inizio della costruzione del castello, che verrà edificato nel luogo in cui sorge su indicazione di Fra’ Bevignate, all’epoca impegnato nella costruzione dell’acquedotto, ma soprattutto sulla base di una mediazione tra gli abitanti delle due ville che sorgevano sulle due colline sovrastanti, ai quali spettava, secondo gli Statuti, la costruzione della struttura fortificata. A detta del Pellini il luogo scelto era “alquanto in sinistro loco posto”, “basso e dirupato”. Disposto sul pendio della collina, il castello appare a noi contemporanei piuttosto grazioso, e il restauro delle vie operato di recente dall’Amministrazione comunale lo rende addirittura incantevole. Su tutto il castello, chiamato dagli abitanti del luogo “su dentro”, svetta imponente la torre campanaria che, costruita nel punto più alto di Papiano, è interamente in pietra e possiede un grande orologio e due campane, il tutto mosso da un congegno
meccanico; delle altre quattro torri che costituivano la fortificazione del castello sono rimasti alcuni resti ben visibili. Da “su dentro” si scende e si arriva a Piazza della Vittoria, il fulcro della vita economica e sociale del paese. A destra del Monumento ai Caduti, posto al centro della piazza, si sale nuovamente per arrivare alla chiesa di San MicheleArcangelo, già menzionata colnome di Sant’Angelo.La Chiesa presenta all’esterno un aspetto imponente ma il recente restauro non ha lasciato più quasi nulla della vecchia Chiesa. All’interno è piuttosto spoglia: è a tre navate con volte a crociera. Il pavimento, recente anch’esso, è a mosaico e rappresenta tre scene dell’iconografia cristiana. L’altare è in marmo rosa e bianco. Da Piazza della Vittoria la strada scende, raggiungendo dolcemente la pianura del Tevere, dove scorre la Ferrovia centrale umbra, e dove Papiano ha il suo scalo, la piccola Papiano Stazione. Qui sorge la minuscola chiesa di Santa Caterina caratterizzata all’esterno da tre bombe inesplose durante la seconda guerra mondiale e successivamente disinnescate, e da una lapide dedicata a Santa Caterina, con su scritto: “A S. Caterina che operò miracolosa protezione nel bombardamento aereo del 30 aprile 1944”. Papiano

Attraversiamo quindi la fertile e ricca pianura del Tevere per un breve tratto, fino al cartello che ci segnala sulla sinistra il bivio per Castello delle Forme. Il paese, posto anch’esso a metà collina, rivela tutta la sua importanza geostrategica come luogo di difesa: infatti dalle mura del borgo si controlla e si domina la valle del Tevere. Del vecchio sistema difensivo di questo borgo, che nel 1312 resistette al passaggio delle truppe imperiali di Enrico VII del Lussemburgo, non è rimasto che una torre e parti delle vecchie mura, entrambe
in pietra, che costituiscono un corpo unico. Esternamente rispetto al castello, troviamo la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie che, costruita nel 1594, ha subito il restauro della facciata nel 1953; all’interno oltre alle decorazioni sulle volte fatte da Alessandro Micheli da Fabriano nel 1926, a una fonte battesimale del 1943 compiuta dallo scultore Biscarini e a 14 “Via Crucis” in ceramica di Deruta, si conserva altresì la “Madonna della Fonte”, un pregevole affresco del XVI secolo raffigurante la Madonna col Bambino, restaurato nel 1790 da Carlo Lupattelli, come afferma l’iscrizione posta alla base del dipinto. Di poco più innanzi rispetto alla chiesa, sempre lungo la strada che sale verso il borgo, un’indicazione cattura la nostra attenzione; essa ci indica la Fonte di San Costanzo, l’antica fonte che, situata lungo la via che unisce direttamente Castello delle Forme a Sant’Enea e costruita nel 1296 per volontà dei magistrati perugini, si può ammirare anche di notte dopo il restauro di recente avvenuto che ne ha rispolverato l’antico splendore. Nella centralissima Piazza Vittorio Emanuele, dove possiamo ammirare Palazzo Boncambi, un palazzo nobiliare del XVIII secolo caratterizzato da un bell’arco di accesso in pietra, si erge un altro simbolo dei nostri centri rurali: la Torre campanaria del XIII secolo, interamente in pietra con orologio e campane azionate meccanicamente. All’interno il paese si presenta piuttosto grazioso e ordinato, denotando anche una certa eleganza come si riscontra nella struttura del pozzo scavato alla fine dell’ottocento da Florido Forasiepi e situato tra via dell’Indipendenza e Via XXIV Maggio, in cui la parte superiore è costituita da una sorta di cupola in cotto che rappresenta un melone.Castello Delle Forme La campagna intorno a Castello delle Forme è gradevole e si presta all’insediamento di ville di campagna, come villa Cucchia Taravelli, un grande complesso del XIX secolo, attualmente disabitato, che si può ammirare al Voc. Filoncia. L’amenità di questi luoghi era ben conosciuta anche dagli etruschi, come testimoniano le iscrizioni e le tombe che da queste parti sono state ritrovate e che fanno ipotizzare la presenza di una necropoli etrusca che si estende fino al territorio di San Valentino della Collina, configurando un’area di forte interesse archeologico. Raggiungiamo pertanto San Valentino della Collina proseguendo per la strada che ci ha portati a Castello delle Forme e che congiunge il piano con la collina. Il paese, che si snoda lungo la strada della collina, conserva del suo periodo medievale soltanto la torre campanaria contigua alla chiesa parrocchiale; la chiesa infatti pur essendo nominata indirettamente nel diploma imperiale di Corrado II del 1027 e direttamente nel ormai famoso diploma di Federico Barbarossa del 1163, è stata interamente ricostruita nel XIX secolo. Il vecchio castello fu invece inglobato nella costruzione di Villa Baldeschi, oggi Sposini, un edificio monumentale del XVII secolo il cui ingresso si trova in Via XXIV Maggio ed è preceduto da un lungo viale, che sembra vigilare sul paese e da cui si schiudono gli incredibili orizzonti della nostra verde Umbria. Anche Villa Taravelli si trova in Via XXIV Maggio, ovvero lungo la strada della collina; si tratta di una costruzione del XIX secolo con elementi autentitici di discreto interesse architettonico, in buono stato di conservazione. L’architettura dell’edificio ricorda lo stile liberty e nel giardino si trovano delle palme, come ornamento floreale; all’interno sono presenti decorazioni di Gerardo Dottori, ulteriore segno del passaggio del grande artista futurista perugino nel nostro territorio. Come ho già detto però questa zona è fortemente caratterizzata dall’interesse archeologico suscitato dalle scoperte avutesi in passato. Nel luglio 1904 infatti, presso il vocabolo Fonte Ranocchia, vennero recuperati da una cavità numerosi bronzi, che in un primo tempo furono nascosti, quindi venduti all’antiquario Pallesi di Firenze. Loeb li acquistò a Roma per i musei americani, ma portati a Berlino, lì si fermarono e vennero ricomposti. Nel 1905 il proprietario del terreno, Daniele Berioli, fece regolare domanda di scavo dell’area e dagli scavi fu ripulita una tomba a doppia camera, del cui corredo facevano parte i bronzi già rinvenuti. Dalla prima camera vennero recuperati lo scheletro di una testa di cavallo, ossa animali e gusci d’uova; nella seconda camera di 4.00 x 5.00 m. (lungo l’asse longitudinale), con banchine su tutti i lati, restavano frammenti di vasi a figure nere e di bucchero, altri frammenti di bronzo, di ceramica e di ossa. Nel terreno attorno furono fatte trincee ma senza risultato; altri saggi vicinoalla casa colonica del Berioli restituirono tracce di due tombe a fossa di forma irregolare, completamente esplorate, presso cui rimanevano piccoli frammenti di bronzo e di bucchero. Nei rapporti di scavo si ha notizia di altri oggetti scoperti fortuitamente durante i lavori agricoli in quegli anni, fra cui cinque piedini di cista in bronzo, altri frammenti di lamine bronzee e di vasi. L’elemento più interessante del corredo rinvenuto fortuitamente nel 1904 è certamente costituito da tre tripodi bronzei,
conosciuti come “tripodi Loeb”, ora conservati alle Antikensammlungen di Monaco. Decorati sui lati con riquadri figurati (nel caso del tripode A con due soli riquadri per lato, negli altri due con tre riquadri), presentano raffigurazioni di animali fantastici, come sfingi alate e chimere, e scene mitologiche, la lotta di Eracle col leone Nemeo, ed il mito di Peleo che rincorre Teti. Questi bronzi, pezzi eccezionali nel panorama della bronzistica etrusca arcaica, sono stati al centro di un lungo dibattito, volto soprattutto ad individuare il loro luogo di fabbricazione e la loro cronologia e attualmente vengono attribuiti a produzione cerretana (seconda metà del VI secolo a. c.). Da San Valentino ci spostiamo velocemente ad Olmeto, dove si conclude il nostro itinerario. Il piccolo paese, che ha la strada d’accesso sulla provinciale della collina, è una terrazza sulla valle del Genna e sui borghi del nostro comune, fino a quella teoria di colline che separa il territorio perugino da quello orvietano. La chiesa parrocchiale di Santa Maria, costruita nella prima del XIV secolo, è l’unica testimonianza, insieme al campanile, rimastaci del vecchio castello. All’interno della chiesa si conserva una splendida tempera su tavola, la “Madonna della Misericordia” riferibile al maestro peruginesco Mariano di Ser
Austerio che, con le braccia allargate, tra gli angeli, accoglie sotto il suo manto i fedeli imploranti, uomini e donne senza la tradizionale suddivisione e con in primo piano i committenti. Lo stato di conservazione del quadro è piuttosto buono e i suoi colori non molto splendenti. Nel cartiglio in basso l’iscrizione “Sub tuum Presidium con/fugimus Sancta Dei Genitrix / A.D.MDXXV” ci dice l’anno di realizzazione del quadro. Il tema iconografico della Madonna dell Misericordia che protegge i fedeli sotto il suo manto, abbiamo visto essere molto ricorrente nel nostro territorio; infatti se ne ha la presenza nella cappellina di Tripoli a Marsciano, a Mercatello, a Pieve Caina e qui a Olmeto. Queste opere furono commissionate per placare l’ira di Dio attraverso l’intercessione della Vergine e vennero realizzate in un arco di tempo limitato che va dall’ultimo quarto del XV secolo alla prima metà del cinquecento in seguito alle gravi epidemie pestilenziali che colpirono Perugia e il suo contado a partire dal 1475. Ora le quattro Madonne della Misericordia, grazie all’interessamento dei cittadini, dall’Amministrazione comunale e della  cooperativa che gestisce i nostri servizi museali, sono state messe in un percorso tematico, un vero e proprio circuito, che partendo da Tripoli, dove si  conserva l’affresco più antico, porta i visitatori alla chiesa della Madonna delle Grazie di Mercatello, quindi alla chiesa di Santa Maria Assunta di Pieve Caina e infine alla chiesa della Madonna delle Grazie di Olmeto.